PREFAZIONE (ed.1974)


Il Sacerdote, anche se non potrà far fronte a tutte le sofferenze umane, non deve dimenticare mai che ha la missione di continuare l'opera di Colui che è passato attraverso il mondo «facendo del bene e risanando tutti». Deve ricordare che segno essenziale della sua presenza sacerdotale è di «annunciare la buona novella ai poveri» Povero non è soltanto l'uomo "economicamente debole", ma anche l'uomo che soffre ed ha bisogno dell'uomo che lo aiuti a vivere una esistenza da uomo. Questa povertà, come stato di indigenza incompatibile con la vita umana, im- pone di prendere partito per i poveri.

Gesù, applicando a sé la pagina di Isaia che aveva letto nella sinagoga di Cafarnao, fece sua la causa della povertà. «Gli portarono il libro del profeta Isaia. Lo svolse e gli occhi gli caddero sul passo in cui sta scritto: "Lo Spinto del Signore è sopra di me: per questo mi ha consacrato per mezzo della unzione. Mi ha mandato a portare la buona novella ai poveri, ad annunziare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi il recupero della vista, a mettere in libertà gli oppressi. a promulgare un anno di grazia del Signore...". Allora disse loro: oggi, si è compiuta questa parola della Scrittura che avete udito». (Lc. 4. 17-21).

Questa giornata di Cristo non è mai più tramontata per l'umanità. Non si può vivere il ''comandamento nuovo" della carità, senza riferire i beni propri al servizio dei poveri. Alfredo de Vigny, eroico infermiere per trenta anni, poteva affermare con verità, rispondendo all'ottimismo naturalista di Hugo e di Lamartine: «Io amo la maestà della sofferenza umana».

Non basta conoscere il precetto «amatevi gli uni gli altri»; ma bisogna praticarlo. Cosa diversa e tanto difficile. L'intellettualismo etico di Socrate, il quale aveva detto che conoscere la virtù è già essere virtuoso, non si concilia con le esigenze dell'amore. Amare i poveri è operare per la loro povertà. L'opera incomincia nel momento in cui ha inizio la meditazione dell'uso dei beni che disponiamo per i poveri, ponendoci la domanda: Che fare dei miei "talenti" perché servano anche i poveri? E i talenti non sono solo le dracme d'argento, ma anche l'affezione, la cultura, la parola, il tempo, il servizio. Che farò di questi beni perché vadano ai poveri, ai bisognosi della mia assistenza e del mio amore?

Oggi si preferisce parlare di giustizia. Sarebbe assurdo affermare che la giustizia non abbia favorito il progresso dei servizi sociali. Tuttavia, se l'impulso dell'amore viene meno, la giustizia e il diritto diventano elementi di divisione e motivi di guerra. Le parole di Proudhon: «Non vi è che la giustizia. Lasciateci in pace con la carità. Noi vogliamo i nostri diritti e, ottenuti questi, vi lasceremo tutto il resto», hanno scatenato la lotta di classe.

La carità invece conferisce apporti decisivi ed efficaci alla costituzione della umana convivenza, perché è la mano e il cuore della giustizia. La vocazione dei cristiani autentici, e certo non meno dei sacerdoti, è di amare e di insegnare ad amare, di attuare la carità e di provocarla. Essi sono incitati dalla Chiesa che, nel corso dei secoli, ha sempre promosso la carità e ha dato testimonianza sì luminosa di carità da guadagnarsi l'appellativo di "agàpe''. cioè carità.

Ciò ben si rileva anche dagli avvenimenti narrati in questo libro i quali documentano come la guerra con le sue devastazioni e i suoi massacri è la grande nemica dell'umanità. mentre la carità cristiana che si offre per salvare e lenire è il segnale della pace e della riconciliazione.

P. Italo Laracca, parroco di Velletri, fin dal 1935, si trovò al centro dei tragici eventi che infierirono nella città, durante il 1944. Non disertò il suo posto, ma imitò San Carlo che, nelle circostanze mortali della peste di Milano, diceva: «Quando si tratta di esporre la vita per salvare i fratelli, il pastore delle anime ha il dovere di essere il primo».

Veramente tutti i sacerdoti di Velletri fecero il loro dovere; e lo attesta que- sto libro ove ne vengono ricordati i nomi, e specialmente quello di Mons. Ettore Moresi che operò vicino a P. Laracca, suscitando ammirazione per l'intrepido coraggio della sua età veneranda.

P. Laracca fu infaticabile, e apparve come quel parroco, del quale riferisce Mons. Sailer, che esprimeva il suo attaccamento al gregge della parrocchia con il simbolo della chiocciola che porta con sé ovunque il suo guscio.

P. Laracca portò con sé i suoi parrocchiani, e non essi soltanto, in ogni giorno e in tutte le ore di quei mesi terribili. Rimase con loro, andò a trovarli nelle case, pellegrinò portando il servizio della sua paternità sacerdotale agli sfollati nella vasta campagna, con loro visse nel rifugio e dormì nelle grotte, prestò a tutti il soccorso della sua carità, accolse quanti poté nella sua casa, divise il pane con gli affamati, si interessò dei prigionieri apprestando un suo ufficio - dimostratosi efficientissimo - per avere notizie tanto attese dai fami- liari, salvò la vita ai ricercati, asciugò le lacrime. implorò la liberazione, avven- turò sé stesso con ammirabile spirito di abnegazione e di sacrificio.

Tra una incursione e l'altra degli aerei micidiali o la sera, dopo un lavoro estenuante, alla luce d'una fiammella, stese appunti e ricordi di quel tempo apocalittico, per riflessioni di vita umana e cristiana Lessi, nel 1954. quelle note sulle copiose cartelle che incoraggiai a stampare, e, dieci mesi dopo, furono di fatto stampate sotto il titolo: "Fra le rovine di Velletri". Mi compiacqui allora con il Padre, ammirando l'opera di carità umana e cristiana, della quale aveva dato splendido esempio.

Oggi il libro appare in nuova edizione con un titolo più appropriato e reali- stico: "La Tragedia di Velletri e del suo popolo - 1944". Fu vera tragedia con dolorosissimo epilogo la vita di quei giorni a Velletri. Il 2 giugno, quasi compiendo un primo giro di ricognizione nella città distrutta,

P. Laracca dovette constatare: «La città è morta», e aggiunse, «ma la risuscitremo».

Nel segno della sua carità, invero, egli continuò il suo immane lavoro, e tutti sanno quanta parte egli ebbe nell'opera di ricostruzione e di ripresa, iniziata con le prime palate di sgombro delle macerie nella chiesa di S. Martino.

Caro Padre, conosco bene quanto Velletri Le deve, e quanto Le è grata.

Il Signore ha donato al Suo Sacerdozio il genio della carità che sa effondersi nelle maniere più varie e squisite, ed arrivare a tutti.

Anche qui è arrivata, abbondante e sollecita. allorché, nel 1966 fummo du- ramente provati dalle acque inondatrici, e anche i cittadini di Grosseto Le ser- bano riconoscente affetto.

Grosseto, 24 aprile 1974.

Primo GASBARRI

Vescovo di Grosseto

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